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Scrittori allo specchio

Rassigna de imprenta | La Nuova Sardegna | Sap, 22 Nadale 2007
La perfetta coincidenza tra persona e artista, e tra artista e opera d´arte, sembra essere il tema di fondo di L´accademia degli scrittori muti, romanzo d´esordio della sassarese Annalena Manca, che appunto nella sua biografia, pur se trasfigurata per ovvie esigenze narrative, trova il terreno ideale in cui affondare le proprie radici: tutt´altro che una novità in campo letterario, certo, ma la rielaborazione del vissuto in forma artistica, per come viene qui sviluppata, si rivela oltremodo interessante.
L´istruzione, in effetti, è il primo punto di tangenza tra vita reale e finzione narrativa: la Manca lavora come insegnante elementare, e la sua professione è in sostanza, la stessa della figura centrale del libro, anche se diversi sono tempo e contesto in cui viene esercitata: Teresa Senzabene è difatti una giovane istitutrice che, nel 1901, rispondendo a un annuncio, si muove alla volta del castello del barone di Falcialunga, nei pressi del bosco di Monterano in Campania, credendo di doversi occupare dell´istruzione dei suoi cinque figli, di età compresa tra i quattro e i diciassette anni. fin dai primi incontri con la baronessa, Donna Maddalena, la ragazza si rende conto che il lavoro che l´attende è però un altro: si dovrà occupare di scrivere la storia del castello e del misterioso giardino da cui è circondato, partendo dallo studio dei documenti lasciati alla famiglia dalla botanica inglese Daphne De Shearagh. Ancora non lo sa, ma la ragazza è stata scelta di proposito per le sue qualità di scrittrice: da tempo va infatti inventando dei racconti, con la speranza di poterli pubblicare un giorno in un volume da intitolare, non a caso, L´accademia degli scrittori muti.
Quello dell´educazione è un motivo che ritorna di continuo nel romanzo, in particolare per segnare il conflitto di un´istruzione di tipo istituzionale, rappresentata da Teresa, e una che evita precetti e norme, incarnata dalla baronessa, che, fedele al motto «nessun insegnamento per imposizione», ha fatto in modo che i figli non imparassero a leggere e scrivere, ma potessero formarsi semplicemente attraverso le esperienze della vita quotidiana.
Il teatro, poi, altro tema ricavato dalla propria vita: la scrittrice coltiva ancora oggi, con il teatro-educazione, una passione nata sui banchi di scuola, che le ha dato anche delle opportunità lavorative, dopo il suo trasferimento a Roma alla fine degli anni Ottanta: il tema del travestimento e della maschera, che affiora più volte nel corso della narrazione, ma più ancora, il continuo ricorrere dei dialoghi in L´accademia degli scrittori muti (che ricorda la composizione di un testo drammaturgico), concretizzano proprio questa passione nel corpo del romanzo; senza dimenticare, poi, che, tra le parti nel complesso meglio riuscite, c´è uno dei tre racconti di Teresa, Il topo e l´arazzo - Storia di Fortunatus (gli altri due sono i tre doni di Gordon Belasco - Storia di Samuel e Le ultime righe - Storia di Maximilian) quello che chiama in causa inaspettatamente Shakespeare in persona e una rappresentazione dell´Amleto.
Infine l´interesse della Manca per la lettura e i libri: per il romanzo inglese ottocentesco, in primis,e specialmente per il genere gotico, richiamato nel libro da atmosfere, luoghi e personaggi (il tetro castello di Falcialunga, l´enigmatico Bertolt Kant), ma anche dalla struttura composita (fatta di narrato in prima persona, lettere di personaggi vari, racconti, e pensieri e voci che riempiono l´aria ma sembrano non appartenere a nessuno) che riporta a quella, ugualmente complessa, del Dracula di Bram Stoker. Si aggiunga che non mancano echi della Jane Eyre di Charlotte Brontë; chissà poi che il fatto di avere un destino (a loro insaputa), non segnali una qualche parentela tra Teresa Senzabene e Edward Forster, protagonista di un classico a noi più vicino temporalmente e geograficamente, ovvero Il segno del comando di Giuseppe D´Agata, reso celebre dallo sceneggiato Rai che Giuseppe D´Anza ne ha tratto nel 1971.
Ma, se il libro risulta una lettura più che valida, è pur vero che non mancano i difetti, come lo scarso rilievo dato ad alcuni dei personaggi secondari (che avrebbero meritato maggiore approfondimento e che invece risultano sacrificati per lasciare spazio alla caratterizzazione delle due protagoniste, l´istitutrice e la baronessa, e del loro costante conflitto), la verbosità e il manierismo di certi dialoghi, e soprattutto, una fastidiosa tendenza dell´autrice a un´ostentazione, sino all´esibizionismo, delle proprie conoscenze e del lavoro di studio e preparazione che ha accompagnato la stesura del romanzo, col risultato, almeno nella prima parte, di vedere la macchina del racconto incepparsi, come bloccata da un profluvio di parole. È, infatti, nella seconda metà di L´accademia degli scrittori muti che le cose vanno decisamente meglio: la narrazione procede spedita, sfruttando in maniera convincente alcuni episodi evocativi (la scoperta della vera attività di Donna Maddalena, L´episodio dell´incendio) e gli immancabili colpi di scena conclusivi.
Alessandro Marongiu

 
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