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La polemica su Satta: «Nostalgico del duce? Solo un buon cristiano»

Rassigna de imprenta | La Nuova Sardegna | Che, 18 Abrile 2003
«Satta un nostalgico del duce, scherziamo? Basta leggere quell´amara riflessione sull´Italia del ventennio che è il ´De profundis´ per capire che è vero esattamente il contrario. Quegli scritti testimoniano infatti la sua avversione al fascismo e sono un primo tentativo importante di comprendere le ragioni della affermazione della dittatura in Italia». Ugo Collu, coordinatore del convegno internazionale che nei mesi scorsi ha richiamato a Nuoro un gran numero di studiosi in occasione del centenario della nascita di Salvatore Satta, non crede all´ipotesi adombrata dallo storico Piero Craveri nell´inserto culturale del «Sole 24 Ore», secondo cui Salvatore Satta «fu fascista della prima e dell´ultima ora». E non crede neppure che l´espressione «morte della patria» relativa all´8 settembre 1943 (che si trova appunto nel «De profundis») sia da intendere come «morte della patria fascista», come sottolinea invece lo stesso Craveri. Il nodo di questa polemica, che nei giorni scorsi ha visto Luigi Satta, figlio dello scrittore, replicare allo storico napoletano (nipote di Benedetto Croce), sempre sulle pagine del «Sole», per quelle affermazioni sulla memoria del padre che ritiene infondate oltre che calunniose, è tutto in una lettera che Salvatore Satta scrisse nel marzo del 1956 all´allora presidente del Consiglio, nonché suo conterraneo e intimo amico Antonio Segni.
L´argomento trattato è, nella primavera di quell´anno, di grande attualità e riguarda il cadavere di Benito Mussolini, esposto il 29 aprile del 1945 in piazzale Loreto a Milano e ancora senza sepoltura. Di quelle spoglie, anzi, si sono apparentemente perse le tracce: trafugato da neofascisti nel 1946, il cadavere del duce viene in seguito ritrovato dai democristiani che per undici anni lo custodiscono in un luogo segreto. Come sottolinea Sergio Luzzatto nel libro «Il corpo del duce» (pubblicato da Einaudi nel 1998) la giovane Repubblica italiana, trattenendo il corpo di Mussolini ´in ostaggio´, vuole evitare che il sepolcro del duce possa diventare un luogo della memoria, un sacrario per la continuazione di quel culto che così a lungo ha soggiogato gli italiani. Il Movimento Sociale, attraverso il suo giornale «Il secolo d´Italia», preme perché le spoglie del dittatore vengano restituite ai familiari e tumulate nel paese natale, Predappio. Ma anche tra gli antifascisti si formano due scuole di pensiero, così sintetizzabili: i laici che non vogliono dimostrare clemenza verso un uomo che così negativamente ha pesato sul destino dell´Italia; i cattolici che invece sono favorevoli al perdono del dittatore e alla pace sociale con quanti ne seguirono le orme anche dopo l´8 settembre.
La lettera di Satta a Segni viene citata nel saggio di Luzzatto proprio come testimonianza di questo «atteggiamento cristiano». Scrive infatti Luzzatto: «All´illustre destinatario, Satta ha spiegato di non aver scelto a caso il momento per scrivere: l´ora della Pasqua, quando la pace doveva scendere come un balsamo sui cuori dei buoni cristiani. Oggetto della missiva, il corpo del duce. Scopo della stessa, convincere il presidente a ordinare che la salma dell´uomo ´calpesto e deriso con il vilipendio´ venisse finalmente restituita al pianto dei figli e della ´diletta consorte´. Non che Satta - continua Luzzatto - si intenerisse soltanto dell´illacrimata sepoltura di Mussolini. Compativa il destino di tutti caduti della Repubblica sociale, altrettanti italiani trucidati ´per un sadico odio, ammantato dall´orpello della Partigianeria´». E più avanti: «In fondo, di che si trattava? Di un ex combattente della Grande Guerra, del ´caporale bersagliere Benito Mussolini´. Così che Satta ha potuto firmare il proprio appello non soltanto da ´vecchia camicia nera´, ma anche da ´fante tra i fanti´, in nome dell´intima solidarietà che lega quanti hanno combattuto nelle medesime trincee e versato sangue per la stessa patria». Insomma, quelle stesse parole che per Piero Craveri sono la prova di un Satta «fascista della prima e dell´ultima ora», per Luzzatto testimoniano invece la sua grande umanità, il suo profondo sentimento cristiano verso la ferita ancora aperta della guerra civile che aveva insanguinato l´Italia. Chi dei due ha ragione?
Purtroppo manca, almeno al momento, la possibilità di verificarlo analizzando la lettera nella sua interezza. Nelle note del libro, Luzzatto scrive che infatti la missiva è conservata a Palazzo Chigi, nell´Archivio della presidenza del Consiglio nel fascicolo 1-7, 1427 «Benito Mussolini, resti del corpo e famiglia, richieste varie». Ma Ugo Collu, che è anche autore del volume appena pubblicato dalle Edizioni della Torre dal titolo «La scrittura come riscatto - Introduzione a Salvatore Satta», è andato a verificarlo di persona e spiega che quella lettera nel fascicolo non c´è più. Insomma, è scomparsa o è stata fatta sparire (e in questo caso verrebbe da chiedersi per quale motivo). Da tener presente che la missiva dovrebbe essere scomparsa di recente, visto che «Il corpo del duce» è stato pubblicato nel 1998 e i puntuali riferimenti sulla collocazione della lettera fanno ritenere che Luzzatto l´abbia letta personalmente. Tornando alla tesi sulle motivazioni per così dire non ideologiche che spinsero Satta ad adoperarsi per la sepoltura a Predappio di Mussolini, Sergio Luttazzo ricorda che «propositi analoghi» spinsero il presidente del Consiglio in carica nel 1957, Adone Zoli, ad autorizzare la sepoltura a Predappio. E come Zoli fosse al di sopra di ogni sospetto provenendo dalla Resistenza, quando «era stato leader coraggioso del Cln fiorentino».

Paolo Merlini





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