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Gli epigrammi di chi ama Cagliari e la vede imbruttire tra indifferenza e cinismo

Press review | La Nuova Sardegna | Mon, 3 February 2003
C´è una molto precisa citazione dal Foscolo in apertura di «Né morsi né carezze», l´ultimo libro di versi di Antonio Romagnino (Aipsa edizioni, Cagliari, 224 pagine). Dice: «Gli epigrammi son versi da conversazione e vengono letti da tutte le condizioni, e questo è più, vengono intesi più di qualch´altra composizione». «Versi da conversazione», molto bello. Come dire che nella forma breve e acuta dell´epigramma si può intavolare un dialogo, mettere qualche carta in tavola. Romagnino lo fa con la saggezza e la raffinatezza che sempre lo hanno contraddistinto, come intellettuale e come scrittore. C´è sempre, di fronte a questi suoi testi, un immaginario interlocutore con cui discute: qualche volta anche bisticcia, se l´immaginato "tu" _ invece che gli epigrammisti dell´"Antologia palatina" chiamati a raccolta nella seconda parte _ è uno di quegli uomini d´adesso, gente che va in macchina, che vede il mondo da dietro il parabrezza, come dice lui. Lui che invece è uomo che va a piedi: dove si vedono, sì, le sconnessioni dei marciapiedi e le brutture di una città come Cagliari, che Romagnino ama forsennatamente (è un complimento, spero si capisca) contro quello che pare l´indifferenza e il cinismo dei responsabili. Il libro ha un centinaio di composizioni, assemblate sotto tre titoli: 56 in «Epigrammi e altro», che è la prima parte, la più corposa, 20 in «Dai classici, liberamente», 18 in «Voci domestiche di un cagliaritano». Nella prima parte Romagnino riversa il frutto di questa sua quotidiana e disincantata osservazione del mondo (disincantata ma non troppo, perché _ come diceva l´antico poeta _ è l´indignazione che ti fa fare versi come questi), dall´alto anche _ perché non dirlo? _ dei suoi anni così instancabimente vissuti, dedicati soprattutto agli altri, come può fare chi è stato uomo di scuola ed è scrittore di alto impegno civile, più che a se stesso. E continua a viverli senza rimpianti inutili: «Sta´ lontano / da´quei tempi´. / La nostalgia / è l´amaro del perduto / che non torna più. / Raccogliti nel presente / e scorticalo fino a trovare / una briciola di midolla. / Forse è una speranza». Un presente da scorticare fino alle midolla. E´ la materia su cui lavora Romagnino in questi testi. Di versi brevi, schioccanti come brevi frustate. Specie contro i distruttori della città:"Se la mangeranno / pezzo a pezzo / la città dei tre mari". E quelli che hanno «ripasciuto» il Poetto. Nella terza parte, dove il dialetto casteddaiu prende il luogo dell´italiano (ma Romagnino lo parla e lo scrive con quel pizzico d´alterezza aristocratica di chi ha Castello nella carta d´identità):" Su Poettu / sa spiaggia´e centumila / ari cambiau nomini. / Si nàrada Sa Perdixedda / comenti Giorginu d´una borta. / E perda e cocciuledda / d´ari coberta / trasformendi is bagnantis / in alpinistas scurzus". La città dei tre mari è l´argomento di tanti libri di Romagnino (ce ne sono dodici nella sua bibliografia), compreso l´ultimissimo, «Nuove passeggiate cagliaritane» (Edizioni Della Torre, 256 pagine), che raccoglie un paio di centinaia di brevi articoli, ciascuno destinato a un luogo o a un personaggio cagliaritano _ o che a Cagliari ha dedicato pagine e attenzioni, dal cappellano tedesco Fuos, 1780, a W. Henry Smyth, 1828, a Vittorini e Piovene. Un rinnovato atto di quell´amore che si diceva, appoggiato ad una conoscenza da microscopio di tutto quello che "fa" Cagliari: fino all´ultima briciola di midolla, appunto.

Manlio Brigaglia

 
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