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Asculta a mie: in sa limba de bidda nostra bi sun totas sas limbas de su mundu, ca s'istoria de sa bidda est s'istòria de totu su mundu.

Cicitu Masala (Sa limba est s'istòria de su mundu)
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Di Redazione (del 02/03/2011 @ 15:42:44, in Recensioni, linkato 2854 volte)

La raccolta nasce da un concorso letterario organizzato nel 2006 dal circolo culturale “Miele amaro” di Cagliari. E proprio la “Città del Maestrale” è il filo conduttore di questi 16 racconti, tra i quali 9 sono stati selezionati tra i 40 partecipanti, 6 invece sono stati scritti da altrettanti autori già affermati: Paolo Maccioni, Fiorella Ferruzzi, Gianluca Floris, Nino Nonnis, Giuseppe Pusceddu e Salvatore Pinna.

L’ultimo, Diana Blues, è un esperimento letterario promosso da “Miele amaro”: si tratta di una avventura “open source” di Catfish, il dj-investigatore creato da Francesco Abate e Massimo Carlotto. I lettori hanno cioè potuto scrivere in forma libera e partecipata la nuova storia di Catfish.

La città di Cagliari è lo sfondo delle storie ma spesso ne è anche diretta protagonista, con i suoi quartieri, il suo slang e i suoi “tipi umani”, e i suoi luoghi dell’anima: si vedano a questo proposito la signora Isia, fioraia a San Michele, dell’esordiente Andrea Serra e la storia nero-immobiliare di Paolo Maccioni.

Il bello del “noir” sta nelle sue numerose sfaccettature, molte delle quali presenti in questa raccolta che vede contributi di alta qualità anche negli esordienti: il racconto nerissimo (e ottimo) di Laura Mattana si accompagna, ad esempio, alla sottile malinconia del Telefono Amico della Ferruzzi o al simpatico magistrato di Gianluca Floris. Che poi la Sardegna contemporanea produca soprattutto scrittori noir o gialli (che siano nuovi o già conosciuti sta semplicemente a indicare la durata nel tempo del fenomeno), comunque spesso impropriamente detti di “genere”, è domanda-non domanda interessante. Ci sarà una specificità isolana, arditamente definita “nouvelle vague” sarda, o ci piace solamente crederlo? Non sarà, semmai, che pochi “generi” (definizione riduttiva per uno stile multiforme come quello in oggetto) sono, semplicemente, scrivibili, leggibili e godibili quanto la narrativa noir?

L’esperimento di Nero Cagliari e Dintorni ha certo il merito di essere, rispetto ad analoghi tentativi, di buona qualità e di rivelare nuovi aspetti di una città che credevamo di conoscere già benissimo, ma nella quale si muovono, evidentemente in incognito, moltissimi scrittori al di sopra di ogni sospetto.

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Un intrigo letterario raffinato, intenzionalmente colto nella scelta dell’ambientazione, in un gioco del domino di letture e scritture che porteranno il lettore verso la soluzione del “giallo”, a cui nulla manca: l’intrigo, l’amore infelice, le doppie identità, l’ambientazione gotica, la dark lady e l’ingenua protagonista (che tanto ingenua non è).

Il primo romanzo di Annalena Manca, sassarese trapiantata a Roma, racconta una storia che solo apparentemente sembra tratta da un romanzo d’appendice, con tanto di giovane orfana che agli inizi del Novecento viene assunta da una nobile famiglia di Napoli per badare ai cinque figli, in realtà per scrivere la storia della famiglia.

Anche la giovane protagonista Teresa Senzabene, però, nasconde un segreto, che è proprio il motivo per il quale è stata chiamata a svolgere quel compito nella casa della misteriosa baronessa-pittrice Maddalena. I frequenti rimandi presente-passato svelano poco a poco la trama di un mystery molto “letterario”, perché di libri si parla, e di scrittori e di storie: le vicende incrociate della protagonista e del suo passato si intrecciano con quella della famiglia dei baroni di Falcialunga, in una atmosfera gotica che arriva fin quasi ai giorni nostri.

Chi ha amato un libro come “Possessione” di Antonia Byatt, coltissimo giallo letterario basato su figure mitiche come gli pseudo-biblia e sulla ricerca bibliografica, apprezzerà L’Accademia degli scrittori muti: infinitamente più lineare nella scrittura, originale e non scontato nel finale, dimostra come anche un libro o una lettera, talvolta, possono essere il corpo del reato.

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Dabolina è stato il leit-motiv degli anni '90, e molti se li ricordano bene, quegli anni di discoteche, cappuccino e cornetto all’alba e una movida cagliaritana per molti versi insospettabile, o forse appena visibile sotto la superficie di sabati (ma anche giovedi e venerdi) in fondo tutti uguali.

Un titolo molto efficace per questo romanzo di Francesco Abate, giornalista e disc jockey conosciuto col nome di Frisco. Il luogo mai chiaramente indicato è ovviamente la Sardegna, in particolare Cagliari e le sue coste, meta delle migrazioni notturne di massa del divertimento estivo. Sono infatti riconoscibilissimi nella narrazione i ritrovi della ex gioventù cagliaritana, accasata e imborghesita quanto basta per giustificare ai propri e altrui occhi una esistenza parallela fatta di nottate in discoteca e avventure varie ed eventuali in compagnia della Family (proprio così, all’americana), ad indicare il gruppo che accompagna il protagonista, avvocato di giorno e dj la notte, nel lavoro alla consolle.

Proprio nella scelta dei protagonisti è evidente la volontà di farne degli esempi, degli archetipi quasi: agli improbabili nomi come Furio e al melting pot etnico perlomeno inusuale per una Cagliari che immaginavamo più provinciale si accompagna il chiaro intento di tracciare una storia “diversa” da quella prevedibile e sonnolenta di una “capitale” in realtà schiava delle proprie abitudini tranquillizzanti e un po’ piccine: il bagno al Poetto, il weekend alla “villetta” al mare, il caldo soffocante di certi pomeriggi, la rosticceria sotto casa e così via.

La vita scorre e la bella stagione è appena cominciata quando un omicidio incrina l’oliata macchina della Family dell’avvocato Grimaldi e i problemi di ognuno dei componenti esplodono.

Il romanzo – niente a che vedere con il filone noir sardo, qui predomina la narrazione in sé piuttosto che la soluzione del giallo- si legge benissimo, nonostante o forse proprio per lo stile semplice e diretto senza grandi introspezioni ma con un po’ di cattiveria non scontata. L’elemento interessante di questo “remix” è che si tratta della riscrittura del romanzo originale pubblicato da Castelvecchi nel 1998, con la sovrapposizione di una nuova trama che fa partire il libro dall’adolescenza dei protagonisti e un finale diverso.

Dopo il primo Mister Dabolina Francesco Abate ha scritto alcuni altri libri, di ambientazione diversa ma accomunati dalla presenza di personaggi in chiaroscuro, mai soltanto cattivi e mai solo “risolti”: ricetta efficace per non rendere prevedibile la narrazione, che è poi quello che si chiede a una buona storia.

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