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 Servizi Bibliografici Sardegna... di Admin
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Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di madrigols (del 20/11/2008 @ 11:57:59, in Recensioni, linkato 1376 volte)
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Di madrigols (del 20/11/2008 @ 12:04:01, in Recensioni, linkato 1886 volte)
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Di madrigols (del 03/12/2008 @ 17:36:37, in Interviste, linkato 1771 volte)
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Di Admin (del 03/12/2008 @ 18:36:55, in Interviste, linkato 1909 volte)
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Di madrigols (del 03/12/2008 @ 18:42:04, in Interviste, linkato 1414 volte)
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Di Redazione (del 23/01/2011 @ 10:58:30, in Editoriale, linkato 970 volte)
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Di Redazione (del 23/01/2011 @ 21:31:28, in Editoria libraria, linkato 1057 volte)
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Di Redazione (del 23/01/2011 @ 21:35:34, in Recensioni, linkato 938 volte)
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Di Redazione (del 05/02/2011 @ 15:36:45, in Editoriale, linkato 1174 volte)
Il 10 luglio scorso è stata inaugurata a Cagliari, presso il Lazzaretto di Sant’Elia, la mostra “Vele, Tonni e Scimitarre” che prende spunto da alcuni, in realtà pochissimi, riferimenti alla Sardegna presenti nelle opere di Emilio Salgari, molto più noto e letto nei suoi cicli di romanzi “malesi”, “africani”, “western” e così via, o ambientati in un’Australia ancora nell’infanzia della sua storia, o infine fantascientifici. Essenzialmente, gli scritti salgariani dove terre e figli della Sardegna hanno parte da protagonisti sono due: il romanzo “Le Pantere di Algeri”, e un opuscolo divenuto introvabile anche in antiquariato librario, “La pesca dei tonni”. Il primo è ambientato tra Cagliari, Sant’Antioco, San Pietro e, naturalmente, l’Algeria. L’eroina principale è una giovane nobildonna che viene rapita dai corsari nordafricani dal suo (inesistente nella realtà) castello di Santafiora, e che il devoto fidanzato, il Barone di Sant’Elmo, un Cavaliere di Malta, riesce a liberare dopo una serie di animate peripezie. Il secondo si potrebbe definire un “documentario cartaceo”, perché, basandosi su studi enciclopedici e su impressioni e su “sentito dire”, il bravo compositore di romanzi avventurosi (che mai viaggiò fuori dell’Italia settentrionale) descrive una tonnara che egli ambienta non, come avrebbe potuto, a Carloforte, ma, sembrerebbe, tra Bosa e Alghero, aggiungendo pennellate sui pescatori sardi alti, larghi di spalle, muscolosissimi, bruni come Africani… Il percorso della mostra, che inizia con una porta d’ingresso costituita da una tenda che riproduce la copertina a colori di quest’ultimo scritto, si avvia proprio sulle tonnare: vi si può vedere una carrellata di fotografie dell’ultima mattanza carlofortina, scattate da Giovanni Manca, e anche un filmato degli anni ’60 sullo stesso argomento. Nell’avventura tra “vele e scimitarre” si entra invece nella sala successiva: qui, dipinti di battaglie navali tra Cristiani e Barbareschi, modellini di navi, ritratti di famosi Cavalieri di Malta della stessa epoca dell’immaginario fidanzato della Contessina di Santafiora (prima metà del ‘600, dice la trama de “Le Pantere”) e armi bianche e da sparo, rigorosamente a pietra focaia. Appena più in fondo, si sentono da dietro una tenda grida, spari, tintinnii di metallo: una saletta cinematografica arredata con comodi sedili “orientali” cubici ben imbottiti dove si possono vedere spezzoni di film di pirati degli anni ’40 e ‘ 50 e stralci dai vari “Sandokan” televisivi. Il piano di sopra offre ancora sorprese: uno schermo interattivo su cui si possono “sfogliare” le pagine di una versione a fumetti de “Le Pantere di Algeri” del lontano 1955, gioielli nordafricani, cartine della Sardegna dei secoli passati, e suggestivi dipinti con scene di vita maghrebina di Donatella Ribezzo.
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Di Redazione (del 05/02/2011 @ 15:40:31, in Editoriale, linkato 2411 volte)
Dopo la decadenza del latino come veicolo di comunicazione universale per l’Europa nascono, come è ben noto, le undici lingue neolatine o romanze e, per la loro origine e diffusione tra il popolo più che tra i dotti, “volgari”: l’italiano, il francese, lo spagnolo castigliano, il catalano … C’é stato un momento in cui a dominare è stato, sorprendentemente, il provenzale oggi quasi dimenticato, adoperato sì nel Sud della Francia come fa capire il nome, ma diffuso tra le persone colte delle aree confinanti (Italia e Francia del Nord e non solo) a prova della superiorità di una cultura decisamente più raffinata e matura, che ha posto le fondamenta dell’”architettura” romanica. Le opere poetiche in provenzale, scritte tra il 1100 e il 1200 da autori di lingua madre, o da veneti, toscani, liguri, francesi potevano essere, come nella storia mondiale della poesia, liriche d’amore, inni alla bellezza femminile o alla natura, compianti di defunti, ma, in quel genere che fu chiamato “sirventese”, a intendere che quelle opere venivano commissionate, esse divenivano dei veri e propri capitoletti di cronaca del tempo, quando ancora non esistevano quotidiani, rotocalchi o, meno che mai, i mezzi di comunicazione di massa degli ultimi due secoli della nostra epoca. Vi si leggono lodi al proprio signore, si rievocano imprese compiute, anche per rivendicare meriti presso il potente del momento, si espongono giudizi personali e politici, e consigli di condotta in situazioni di tensione internazionale. Tra le innumerevoli produzioni di questa categoria, almeno una decina ci riporta notizie sulla storia della Sardegna giudicale, che in quella fascia di decenni vedeva la presenza di personaggi provenienti dal mondo “continentale” ai vertici dello stato, ma anche all’apice della loro fama. Nino Visconti, ultimo Giudice di Gallura, fu, si sa, ricordato da Dante nel Purgatorio, dove l’Autore lo aveva collocato in quanto non proprio perfetto nella sua azione di governo; e Guglielmo Marchese di Massa e Giudice di Cagliari si rese famoso, da un lato, per la determinazione e l’acume politico con cui portò il suo stato a insuperata potenza, dall’altro, per l’aggressività e la crudeltà: attaccò, in anni diversi, tutti e tre gli altri Giudicati, e fu lui che, invaso il Logudoro ed espugnato il Castello del Goceano a Burgos, violentò Prunisinda, la moglie del Giudice Costantino II. In queste imprese, si appoggiò, a seconda delle convenienze, a Pisa o a Genova, all’epoca della sua sovranità (1190-1214) invece, costantemente e ferocemente nemiche. La poesia che riporta a noi il “Juge de Galur”, cioè Nino Visconti Giudice di Gallura, è, più esattamente una “cobla”, un componimento in due parti firmato da un giullare anonimo: ricordiamo che anche i giullari, come i trovatori, sono tipici rappresentanti della cultura provenzale. Questo autore elogia nella prima parte il “Juge” destinatario per la sua generosità e altre doti meritevoli, ma nella seconda lo rimprovera blandamente di non aver più trattato con benevolenza il suo giullare, che in coscienza sa di non avergli fatto alcun torto. Insomma, una richiesta di “riassunzione al lavoro”. È sorprendente che in quelle corti giudicali, che ci immagineremmo povere e spartane, vi fossero presenze analoghe a quelle delle ben più famose, per sfarzo e vita culturale, corti dei Signori italiani, francesi o dei Conti di Savoia… Hanno invece una firma ben nota i tre sirventesi dove si parla del Giudice Guglielmo: Peire de la Caravana, Peire Vidal ed Elia Cairel. I primi due ne cantano le lodi, il terzo, come vedremo subito, è di avviso contrario. Nel momento in cui l’imperatore tedesco Arrigo VI, figlio di Federico Barbarossa, calava in Italia per ripetere i tentativi di affermazione di potere del padre su un Italia divisa in mille staterelli, Peire de la Caravana esortava gli italiani, da lui chiamati “Lombart”, a tener duro di fronte a questa invasione tedesca e, tra i “Lombardi” cui si rivolge, troviamo bolognesi, Veronesi, Milanesi naturalmente, ma dice anche: Deus sal en Sardegna Mon Malgrat-de-totz «Dio salvi in Sardegna un certo Signor “Malgrado Tutti”» che nobilmente vive, valoroso e generoso più di ogni altro Cristiano … Fu Enrico Besta, all’inizio del XX secolo, a capire che questo soprannome, che ha un sapore di ferrea volontà e decisione, non poteva che riferirsi al Giudice cagliaritano: le calate di Arrigo VI avvennero nel 1191, nel 1194 e nel 1196, e Guglielmo aderì alla Lega antimperiale nel 1195, anche perché l’imperatore lo aveva espropriato del feudo di Massa, assegnandolo a un suo fedele. Peire Vidal, nativo di Tolosa, ma girovago tra Provenza, Italia e Terrasanta, si spinge sino a dichiarare che manderà personalmente a Guglielmo, da lui chiamato il “pro Marques de Sardenha” «prode Marchese di Sardegna, che vive con gioia e con senno regna»: questi, racconta Vidal, è al momento dalle parti di Mongibello, quindi in Sicilia, e siamo dopo il 19 dicembre 1205, quando Siracusa, strappata ai genovesi dai pisani nel 1204, è, con un energico contrattacco, riconquistata dai liguri e dai loro alleati: evidentemente anche il Giudice di Cagliari, qui definito potente, ospitale e dal «gioioso tenor di vita», diede il suo contributo, esponendosi di persona. Elias Cairel, giunto cronologicamente poco dopo Vidal e la Caravana, inverte con alcune rime incalzanti le positive affermazioni di questi ultimi: Lo Marques de Massa cassa Bon pretz, on q’el lo consegua; Et totz lo mons vuoill q’entenda Que sa valors sembla febre. «Il Marchese di Massa» scrive «getta via ogni suo buon pregio» e, quanto ai suoi atti di valore, sostiene, «voglio che tutto il mondo sappia» che sembrano piuttosto sintomi di febbre. E ancora, in altre poesie si possono leggere celebrazioni dell’avvenenza di dame sarde sempre di epoca giudicale, tra cui Adelasia figlia dello stesso Guglielmo, e un tal “Bruna la gracida” (la graziosa) che, si dice esplicitamente, si presenta ad un immaginario concorso di bellezza provenendo da “Castel”: Castel di Castro, Cagliari. BIBLIOGRAFIA Poesie provenzali storiche relative all’Italia, nella collana Fonti per la storia d’Italia, Istituto storico per il Medio Evo, a cura di V. De Bartolomeis, 2 volumi, Roma, Tipografia del Senato, 1931 Enrico BESTA, La Sardegna medioevale, Palermo 1908-1909, ristampa anastatica della Forni, Bologna, 1966 e anni successivi.
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18/07/2019 @ 14:05:38
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