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Augusto Secchi, "Vicolo Rosso", Condaghes, Cagliari, 2010, di Giuliana Deidda
Di Redazione (del 25/02/2011 @ 22:28:13, in Recensioni, linkato 1655 volte)

«Il passato è un inganno che ritorna, un tormento, un film che si ripete dentro la mia testa, sempre uguale, come una malattia insidiosa. Una malattia che mi vuota e mi stanca, e che mi ha guastato il cervello. Una malattia che mi ha portato qui, alla Casa Matta, così la chiamiamo noi». È così che ha inizio la narrazione di Oreste, l’io narrante di Vicolo Rosso, ultimo romanzo di Augusto Secchi edito da Condaghes. Lasciandosi cullare dal flusso dei propri ricordi, resi ancora più intensi da una malattia che «scolora le immagini più recenti e tinge di particolari un passato che credevo sepolto», Oreste rivive e condivide un passato storico e personale nostalgico, fatto di rimpianti e sogni svaniti di cui ormai rimane solo una bandiera e una porta murata in Vicolo Rosso, troppo “periferico” rispetto ai luoghi da cui giungevano decisioni e linee da seguire.

Le storie dei compagni Sergio e Stalin, del Profeta, pronipote di Michele Schirru, dell’insolito poeta Giambo e del giovane rivoluzionario Evelino creano un intreccio tra la storia e le loro singole esistenze che confluiranno in un comune declino cullato da ricordi fatti di nostalgia, amarezza e rimpianti per quell’occasione perduta che avrebbe potuto cambiare il corso della storia. A fare da sfondo ai percorsi dei singoli personaggi e a caratterizzarne gesti e umori, c’è Berlinguer in un indimenticabile comizio con gli Inti-illimani, il Gulag e un libro «aperto sull’ultima pagina, le ultime righe sottolineate con tratti forti di matita» lasciato su un tavolo del bar di Stalin, la svolta della Bolognina e la decisione di cambiare il nome al partito, il muro di Berlino e la sensazione di «essere incantati dal nostro stesso fallimento, dal fallimento dei nostri ideali, della nostra storia».

Con il suo romanzo Augusto Secchi dà vita a un flusso di ricordi che costituisce un percorso politico, storico ed emotivo da cui trapela la nostalgia di una coscienza politica che era anche passione e che oggi sembra essersi perduta. Ne è la prova il fatto che insieme ai sogni e agli ideali decadono anche i personaggi, non in grado, o meglio non desiderosi di appoggiare quella “svolta”. Tale flusso, a metà strada fra il monologo interiore e il dialogo con un interlocutore la cui presenza è avvertibile solo nelle parole di Sergio, trova espressione in un linguaggio volutamente lontano dallo standard. Vicolo Rosso cattura l’attenzione del lettore coinvolgendolo in un’atmosfera che lo porterà in un turbinio di riflessioni su declini e debolezze, amicizie, coerenza e messa in discussione della propria sfera privata per ideali politici. «Dove sono gli ideali e i sogni che mi facevano piangere quel giorno ascoltando gli Inti-Illimani e Sergio e Berlinguer abbracciati?». Forse è proprio questo che il lettore si chiederà posando il libro.