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Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

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Intervista ad Alessandro De Roma
Di Redazione (del 28/02/2011 @ 01:22:44, in Interviste, linkato 958 volte)

Da cosa nasce l'idea del romanzo “Vita e morta di Ludovico Lauter”?

Ho trascorso un anno intero a Cala Liberotto. Lavoravo a Nuoro e viaggiavo in macchina ogni giorno. Avevo molto spazio, e la libertà di pensare. Mi è venuta in mente questa storia in modo molto naturale ed è stato molto bello scriverla. Desideravo provare a ricreare un intero mondo, con molti personaggi, intrecci complessi, emozioni, dolore, odio, amore, pietà. Volevo lasciare completo e libero sfogo alla fantasia. L’occasione non poteva essere sprecata.

Quali sono gli autori che l'hanno maggiormente influenzata?

Senza dubbio Elsa Morante e Thomas Mann sono le presenze più esplicite di questo libro, sono quasi dei fantasmi che inseguo e coi quali provo a giocare. Credo sia molto importante avere modelli alti, aspirare a grandi cose, altrimenti si rischia di accontentarsi di piccoli fallimenti. La letteratura comporta un certo fattore di rischio. Bisogna mettere in gioco grandi cose. Oltre a questi due magnifici scrittori ho una venerazione per “Il giorno del Giudizio” di Salvatore Satta, per me uno tra i libri più belli che siano mai stati scritti. E poi George Orwell, Joyce Carol Oates, Coetzee, Natalia Ginzburg, Alberto Moravia, Kafka, Soldati, Annamaria Ortese. Non c’è un filo logico, solo un grande amore per la lettura. L’anarchia nei gusti letterari è una grande risorsa. Alcuni scrittori diventano un modello che si cerca di imitare, altri restano una controparte irraggiungibile.

Cosa rappresenta per lei la figura di Ludovico Lauter?

Il mostro dell’ambizione, il narcisismo che chiude gli occhi al mondo. Ma anche il mostro che bisogna evocare ( e poi sopprimere) per poter creare un romanzo ambizioso. Vita e morte: vita della letteratura, morte del narcisismo. Bisogna creare un Ludovico Lauter, lasciarsi trasportare da lui, ma poi saperlo uccidere prima che ci rovini.

Come si pone invece verso la più controversa figura femminile del romanzo, Giulia, madre di Lauter? Giulia è una donna che ama l’arte per l’arte, senza secondi fini. Tuttavia è lei la prima colpevole del narcisismo del figlio. È la persona che lo ha rinchiuso nel suo piccolo mondo, un mondo nel quale contava solamente il loro immaginario. Lei è, per molti aspetti, una specie di selvaggia, fragile, tenera, ma anche Giulia è egoista, come il figlio. Anzi è il modello, la fonte dell’egoismo del figlio.

Che significato ha, per lei, la scrittura?

È innanzitutto un piacere enorme, la possibilità di migliorare la propria vita, acuire la propria sensibilità. Fare, sognare e pensare cose che normalmente non potremmo raggiungere. Per questo a me piace la letteratura un po’ sopra le righe, quella che ti fa vedere le cose dall’alto, o dal basso, ma mai al livello esatto della realtà. È strano, ma è proprio uscendo dalla realtà che la letteratura permette di innalzare il livello di comprensione della vita. La letteratura è per me, innanzitutto, amore per la vita, voglia di vivere.

Ha in progetto nuovi lavori?

Ormai ci avviciniamo all’uscita del secondo romanzo. È passato quasi un anno da Ludovico Lauter. Il secondo libro sarà ancora pubblicato dal Maestrale e sarà molto diverso dal primo. Entro il 2008 poi Gallimard pubblicherà in Francia “Vita e morte di Ludovico Lauter”.

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